2020 09 03Umberto Massimiani - Istituto di Studi Sabini Scandriglia (RI) - Mentana (RM)

Il Covid-19 ha suscitato anche studi e ricerche storiche sulle epidemie. Lo storico greco Tucidide si considera il fondatore della storiografia occidentale, nel suo materiale ‘La guerra del Peloponneso’ analizza la febbre tifoide del 430 a.C. in cui esclude i fattori extraumani e riflette sui limiti di ciò che la ragione umana non riesce a prevedere ma che costituisce la realtà.

In questo scenario la guerra e l’esercito sono i primi elementi che scatenano l’epidemia.

Così nel II secolo nell’impero romano la ‘Peste Antonina’ miete tra i 4-30 milioni di vittime e devasta in particolare l’esercito. È ancora la peste nel VI secolo a Costantinopoli ad uccidere il 40% della popolazione e la crisi derivante spiana la strada all’espansione araba.

Siamo nel medioevo (476 caduta dell’impero romano - 1492 scoperta dell’America) quando si registra il picco massimo di 25 milioni di vittime provocato dalla ‘ Peste Nera’ in un perimetro territoriale che va dall’Europa-nord Africa al Caucaso. In Croazia si inventa la ‘quarantena’ ovvero un periodo di 40 giorni di isolamento in cui tra l’altro si isolavano gli edifici, il cibo veniva fatto pervenire attraverso le finestre, le strade e le porte di accesso alla città erano controllate con rigore avvalendosi di uffici, informatori e guardie.

Allora si ignorava il meccanismo del contagio, si pensava avvenisse solamente per via aerea. Per tutelarsi si idearono tonache, maschere e cappucci neri. Si facevano esorcismi, si bruciavano incensi, se non addirittura il materiale ritenuto infetto. Il pensiero ritorna al passato degli antichi romani nell’isolare i lebbrosi con la costruzione di barriere e nel bruciare il loro materiale ritenuto infetto.

Del tema medievale abbiamo una certa letteratura scritta, vedi il Decamerone del Boccaccio (1313-1375) o le opere del Petrarca (1304-1374) o delle testimonianze di confraternite dette ‘della buona morte’ che raccoglievano le persone morte per dargli sepoltura. Il loro abito era un sacco nero con cappuccio e mascherina bianca. Notare i colori che fanno da contrasto. Queste confraternite presentarono e svilupparono il culto di san Rocco (1295-1327) un pellegrino francese venuto in Italia che si dedicò alla cura degli appestati e che a sua volta rimase egli stesso contagiato.

Oggi ai tempi del coronavirus il santo è stato definito il ‘virologo di Dio’.

La peste malattia infettiva, contagiosa, epidemica dovuta al bacillo Yersina pestis e diffusa da alcuni animali come i ratti è caratterizzata da gravi sintomi generali che si accompagnano ad affezioni locali: bubbonica, cutanea, polmonare. Il primo trattato medico è del 1365 ed è del 1423 a Venezia il primo lazzaretto per malati infettivi.

Di questo abbiamo la memoria storica seicentesca della peste di Milano in cui il governatore spagnolo sottovaluta il fenomeno e l’epidemia si aggrava, vedi il racconto de ‘I promessi sposi’ del Manzoni (1785-1873) dove tra ‘untori e monatti’ si muovono i protagonisti.

Di fronte a quella catastrofe si cerca sempre un colpevole, quando invece ieri come oggi occorre per gli studiosi distinguere i dati dalle opinioni.

Nel 1665-6 a Londra la ‘Grande Peste’ riduce di un quinto la popolazione e a Marsiglia nel 1720 la dimezza.

Superato il medioevo ed entrati nell’era moderna la sperimentazione porta ai vaccini mentre le malattie come il vaiolo, la salmonella o l’influenza portate dai colonizzatori agli indigeni senza difese immunitarie fanno strage nei secoli XVI-XVIII.

L’era contemporanea inizia con la I guerra mondiale (1914-18) dove si impiegano per la prima volta le armi chimiche nella battaglia di Ypres del 1915 da cui il nome derivato ‘iprite’ un aggressivo chimico, liquido bruno, oleoso, volatile, con azione tossica e vescicatoria.

In questo scenario fece la sua comparsa la maschera antigas per evitare gli effetti devastanti della respirazione del gas stesso. I militari colpiti nei polmoni, in assenza allora degli antibiotici, venivano curati nei sanatori dove si trovavano le piante dei pini o degli eucalipti per aiutare la respirazione.

Ma quando non si superava la malattia e morivano i loro corpi erano cremati perché ritenuti infetti.

Al termine della Grande Guerra sorse anche una associazione combattentistica e d’arma detta ‘Associazione Nazionale Tubercolotici e Trinceristi’ a motivo delle conseguenze sofferte e provocate dallo stare per anni tra le trincee scavate nella terra.

Altra epidemia durante il periodo fu quella della ‘ influenza spagnola ’ durata 2 anni, fece 50 milioni di morti, così chiamata perché le informazioni circolavano soltanto nella Spagna, neutrale nella Grande Guerra. Le epidemie non soltanto provocavano e provocano paure, proteste e false notizie ma anche angosce di tipo economico.

Nei trattati di pace seguiti alla I guerra mondiale e nelle successive relazioni internazionali tra Stati le armi chimiche venivano messe al bando ma in segreto si continuò a sviluppare il loro potenziale.

All’interno della strategia militare alla nuova offesa si rispose con una nuova difesa quella definita NBC ovvero Nucleare, Biologica, Chimica-radiologica. In Italia ed esattamente a Rieti c’è la Scuola interforze per la difesa NBC dove all’interno del bunker si trova una raccolta di materiale relativo al tema. La Scuola è sita all’interno della caserma intitolata al sabino ‘Attilio Verdirosi ‘ medaglia d’oro al valor militare della I guerra mondiale. La struttura si può visitare su richiesta e costituisce un interessante itinerario storico e tecnico per comprendere e vedere gli strumenti, i macchinari, le maschere antigas, l’abbigliamento e la bibliografia scientifica.

Tra il materiale spicca una mostra di manifesti cinematografici in cui è stato trattato il tema dell’epidemia, come i film: ‘Cassandra Crossing’, ‘Il caso Ebola’, ‘Virus Letale’ ed altri. Lo scopo è quello di analizzare tra fantascienza e realtà come si è affrontata l’epidemia ma anche di studiare o di prevedere-prevenire fenomeni estremi e renderli fruibili nel linguaggio militare.

La difesa NBC costituisce oggi la valorizzazione della funzione tecnica della struttura militare ma anche nel fornire fattivi contributi di pensiero ai decisori istituzionali, alimenta inoltre gli scambi di idee con l’industria civile della Difesa e la stampa, promuove la formazione e la cultura della sicurezza. Nell’era contemporanea le epidemie sembrano quasi cicliche per cui questo fenomeno ha anche un approccio polidisciplinare nel cercare le cause: 1957 Cina-Yunan l’aviaria causa un milione di morti nel pianeta; 1968 Hong Kong un milione di morti per la cosiddetta ‘influenza di Hong Kong; 1976 Seveso-Mi il caso della diossina; 1981 nel mondo il virus della HIV brucia le difese immunitarie, il contagio avviene solo per contatto con fluidi corporei ma l’ignoranza favorisce la diffusione con 25 milioni di decessi; 1986 Chernobyl; 1995 scoppia il caso Ebola nello Zaire; 1996 in Gran Bretagna l’epidemia della ‘Mucca Pazza’; 2008 Napoli emergenza rifiuti.

Tra i contributi scientifici vorrei citare quello del sociologo tedesco Ulrich Beck (1944-2015) che definisce la nostra società come ‘società del rischio’ e quella del sociologo-filosofo francese Edgar Morin (ultranovantenne) che analizza le conseguenze del Covid-19 nel libro ‘Changeons de vole. Les lecons du coronavirus’ e preconizza il cambio di passo da compiere per riscoprire un impegno condiviso all’insegna della solidarietà planetaria e della responsabilità di singoli e nazioni.

Così l’ultima calamità o pandemia globale diventa la strada maestra verso la rigenerazione dell’umano. Il Covid-19 è un formidabile acceleratore del tema della interdipendenza ambientale e della salute di tutti. In modo particolare si punta sull’ipotesi che l’inquinamento atmosferico abbia grande rilevanza nell’elevata infettività del virus. E comunque l’inquinamento non gioca a favore della salute polmonare e cardiocircolatoria della popolazione.

Altro contributo è quello dell’informazione e della comunicazione. Abbiamo tutti presente le conferenze stampa che si svolgevano alla Protezione Civile. Siamo nell’ambito di quello che noi chiamiamo ‘Comunicazione di Crisi’ in cui va considerato: l’impatto sociale, le conseguenze fisiche, la percezione del rischio, la risposta pubblica.

In questo tempo del Covid-19 la comunicazione ha una funzione vitale e ci presenta parole nuove come: cluster, spike, lockdown…resilienza. La resilienza è quella vitale capacità di reagire agli eventi negativi. Una cosa è certa: se vogliamo resistere a emergenze ambientali e pandemie, dobbiamo saper rimuovere le cause, anche antropiche che le hanno generate o favorite, adattandoci ad una natura che a sua volta sta mutando. Si avverte disagio ed ansia. Tra le misure per prevenire queste situazioni, l’educazione alla salute pubblica e una giusta comunicazione del rischio possono contribuire a mitigare effetti così devastanti sulla nostra vita.