2020 08 05Tra i pazienti con prevalenti bisogni clinico-assistenziali e riabilitativi ci sono quelli broncopneumopatici in fase di stabilizzazione dopo episodio acuto, interventi di lobectomia, interventi di pneumonectomia, ecc. ovvero per BPCO riacutizzata. Si tratta per lo più di pazienti dimessi da ospedali che richiedono un periodo di riabilitazione in ambiente protetto. Quale struttura migliore potrebbe essere individuata se non quella dell’ex ospedale “Carlo Forlanini” fondato nel 1920 come sanatorio per la cura dei malati affetti da tubercolosi ma chiuso nel 2015?

15 LUGLIO

Le RSA rappresentano l’attuale soluzione di tipo residenziale per la cura di anziani in condizione di non autosufficienza, spesso affetti da problemi sanitari cronici multipli e complessi (scompenso cardiaco, BPCO, diabete, vasculopatia cerebrale ecc.), che delineano un quadro di instabilità clinica tale da rendere questi soggetti molto fragili e ad elevato rischio di sviluppare patologie acute che necessitano di interventi di tipo ospedaliero.
Secondo l’ISTAT l’epidemia ha colpito violentemente le persone con maggiori fragilità, acuendo al contempo le significative disuguaglianze che affliggono il nostro Paese, come testimoniano i differenziali sociali riscontrabili nell’eccesso di mortalità causato dal COVID-19.
Il Ministero della salute calcola che il totale dei decessi per Covid-19 al 25 giugno 2020 è stato di 34.833.
Una indagine dall’Istituto Superiore di Sanità e del Garante nazionale persone private della libertà personale condotta con un questionario presso le RSA durante l’epidemia da Covid-19 ha accertato che gli anziani morti per Coronavirus sarebbero stati quasi il 40%, senza aver vicino un parente o un volto amico, a causa del lockdown.

Tuttavia, i dati disponibili forniscono solo una misura parziale dell’incremento dei decessi, riferendosi ai soli casi di persone decedute dopo una diagnosi microbiologica di positività al virus ed essendo influenzati dalle modalità di classificazione delle cause di morte.
Mentre già alcuni studi legali preparano una Class Action, la spinta emozionale causata dalle tantissime morti avvenute nelle RSA ha fatto scrivere a molti che le RSA dovevano scomparire e che si dovesse potenziare al massimo l’assistenza domiciliare.
Queste persone erano state affidate dal servizio pubblico ad una rete di strutture che avrebbero dovuto curarli e custodirli mentre sono stati spesso lasciati con scarsa assistenza sanitaria e senza controlli adeguati.
Pur condividendo il dolore per quanto è avvenuto ritengo che non sia possibile, né tantomeno giusto cancellare le RSA in quanto l’errore non è nella tipologia della struttura ma nella loro gestione.
È necessario che siano individuate le responsabilità, ma non è giusto chiudere le RSA in quanto verrebbe arrecato un grave danno ai tanti pazienti che hanno bisogno di questo tipo di assistenza.
Occorre invece rivedere il modello organizzativo evitando di utilizzare strutture che siano orientate al profitto.
La disciplina organica delle Residenze Sanitarie Assistenziali viene fatta risalire al DPCM del 22/12/1989: «Atto di indirizzo e coordinamento dell’attività amministrativa delle Regioni e delle Province autonome concernente la realizzazione di strutture sanitarie residenziali per anziani non autosufficienti non assistibili a domicilio o nei servizi semiresidenziali».
 
Nell’art 2 del DPCM viene delineata la definizione della RSA quale struttura extraospedaliera finalizzata a fornire accoglimento, prestazioni sanitarie, assistenziali e di recupero a persone anziane prevalentemente non autosufficienti.
Pertanto requisito fondamentale per l’accesso nella RSA è che la persona, di età adulta o anziana e con sensibile perdita dell’autosufficienza nelle attività della vita quotidiana, si trovi nelle condizioni di non poter usufruire, in regime domiciliare, per motivi sanitari e/o tutelari, dell’assistenza medica, infermieristica e riabilitativa di cui necessita.
Le RSA devono essere in grado di rispondere ai seguenti bisogni prevalenti dell’utenza:
- condizioni sanitarie connotate da instabilità delle condizioni cliniche, comorbilità e severità clinica, ma tali da non richiedere cure ospedaliere;
- necessità di trattamenti riabilitativi in fase estensiva, qualora non si configuri l’indicazione per un centro di riabilitazione ospedaliera e una tutela medica continuativa nelle 24 ore.
Si ribadisce che le indicazioni al ricovero ospedaliero riabilitativo sono caratterizzate dalla esigenza di un elevato livello di complessità diagnostica e riabilitativa che richiede competenze professionali, spesso interdisciplinari, nello sviluppo del progetto riabilitativo.
Tra i pazienti con prevalenti bisogni clinico-assistenziali e riabilitativi troviamo quelli broncopneumopatici in fase di stabilizzazione dopo episodio acuto, interventi di lobectomia, interventi di pneumonectomia, ecc. ovvero per B.P.C.O. riacutizzata.
Si tratta per lo più di pazienti dimessi da ospedali che richiedono un periodo di riabilitazione in ambiente protetto.
 
I vantaggi di questa soluzione sono i seguenti:
a) stretto monitoraggio medico
b) disponibilità infermieristica H24
c) assenza di problemi legati al trasporto
d) modalità appropriata per pazienti:
- in fase di svezzamento dalla ventilazione meccanica
- da poco tracheostomizzati
- candidati ad ossigenoterapia o alla ventilazione meccanica domiciliare.
 
In Italia non risulta che vi sia alcun presidio pubblico del genere. Quale struttura migliore potrebbe essere individuata se non quella dell’ex ospedale “Carlo Forlanini” fondato nel 1920 come sanatorio per la cura dei malati affetti da tubercolosi ma chiuso nel 2015?
L’istituto, costruito in soli quattro anni, che occupa 280.000 mq. era suddiviso in quattro grandi padiglioni di cui due erano riservati alle donne e due agli uomini ai quali successivamente si aggiunse un nuovo padiglione per persone affette da forme tubercolari osteo-articolari e poi un altro ancora.
Nel periodo di massima incidenza della TBC l’ospedale arrivò ad ospitare quasi quattromila malati.
Il declino dell’ospedale iniziò con l’anno 1950 grazie alla scoperta del primo antibiotico in grado di sconfiggere il Mycobacterium tubercolosis complexe progredì fino alla chiusura definitiva disposta nel 2015.
Questo nonostante nel 2019 nel Lazio ci siano stati 626 casi di TBC che indicano come l’incidenza della malattia nel Lazio sia due volte superiore alla media nazionale.
Ricordo che la TBC rimane ancora una delle prime dieci cause di morte.
Attualmente la struttura è prevalentemente in stato di abbandono e ci sono forti pressioni da parte sindacale e di molte associazioni affinché venga utilizzata in continuità con le funzioni originarie.
Nonostante il Progetto di riorganizzazione dell’assistenza pneumologica nella Regione Lazio predisposto da un gruppo di lavoro informale costituito presso l’assessorato regionale e rappresentativo di ASL, AO, Policlinici Universitari, Società scientifiche, Sanità privata con la partecipazione dell’Agenzia di Sanità Pubblica prevedesse una riorganizzazione dell’assistenza pneumologica l’epidemia Covid-19 ha colto le strutture gravemente impreparate con un totale di soli 214 letti in tutto il Lazio.
L’Azienda ospedaliera San Camillo-Forlanini ha ancora 50 posti letto di pneumologia.
 
Secondo il progetto regionale erano previsti:
- l’ampliamento del reparto di terapia intensiva respiratoria
- l’ottimizzazione della gestione dei posti letto per acuti, valutando la necessità di convertire parte di essi in posti letto di post-acuzie (almeno 10 p.l.) di elevata intensità assistenziale e di riabilitazione respiratoria ordinari (almeno 20 p.l.) ad alta intensità (RAI)
- il potenziamento del reparto ad alta specializzazione in tisiologia
- il potenziamento dell’assistenza delle malattie rare e della patologia respiratoria del sonno
- il potenziamento dell’endoscopia toracica.
 
Avrebbe potuto essere realizzato un reparto post acuzie, ma la direzione generale non si è posta neanche il problema di poter disporre di una RSA gestita direttamente pur avendo l’intera struttura del Forlanini a disposizione e benché la Regione avesse offerto la possibilità alle Aziende sanitarie di ottenere finanziamenti proprio per la ristrutturazione degli ospedali dismessi.
Tra le tante proposte di riutilizzo ritengo che sarebbe importante recuperare almeno in parte l’originaria destinazione della struttura, non solo “sanitaria” ma orientata in maniera specifica ai pazienti affetti da malattie respiratorie, tra le quali la BPCO rappresenta quella più grave dato che è la terza causa di morte in Italia.
Potrebbe essere utilizzato in tutto o in parte uno dei padiglioni e per la ristrutturazione potrebbero essere utilizzati i fondi dell’art. 20 della legge 67/1988 opportunamente rifinanziata grazie ai fondi europei.
Il modulo, tenendo conto della incidenza della malattia potrebbe essere inizialmente di 120 posti (articolati in nuclei da 20).
Di fondamentale importanza prima di ogni cosa è la revisione del modello organizzativo gestionale delle RSA.
 
Uno studio fatto di recente da una ricercatrice del Sant’Anna di Pisa, propone di:
1) Incrementare gli investimenti dell’infrastruttura informativa sui ricoveri nelle RSA; nel Lazio esiste già il SIRA
2) Monitorare la qualità e le performance assistenziali che per le RSA sono assenti;
3) Elevare la qualità delle competenze e della formazione;
4) Integrare i sistemi di controllo e le modalità gestionali e potenziare la capacità della resilienza degli stessi;
5) Valorizzare le reti e la qualità di vita: le RSA devono essere integrate nella rete dei percorsi assistenziali, ma questo presuppone che in ogni distretto ci siano RSA di prossimità dove vengano ospitate persone residenti nel territorio.
Mettendo in atto tutti questi suggerimenti è possibile arrivare a creare un modello di RSA che potrà essere utile anche per altre realtà.
Molto importante, in considerazione dell’età e della tipologia dei pazienti che saranno ospitati, sarà l’umanizzazione delle cure (sia per quanto riguarda gli ambienti che l’accoglienza), di cui tutti parlano ma che poi all’atto pratico fanno poco o nulla.
La realizzazione di una RSA presso l’ospedale Forlanini potrebbe essere una scelta di grande importanza che consentirebbe di migliorare considerevolmente la qualità e la durata della vita dei molti pazienti affetti da BPCO e da altre patologie respiratorie.


Franco Brugnola
Già dirigente del Settore programmazione sanitaria della Regione Lazio

Fonte: Quotidiano Sanità
http://www.quotidianosanita.it/lazio/articolo.php?articolo_id=87046