È una terapia molto efficace in tutte quelle forme di BPCO che si accompagnano a diminuzione stabile dell’ossigeno nel sangue arterioso. Lo scopo dell’ossigenoterapia a lungo termine (OLT) è quello di incrementare il livello di ossigeno nel sangue. Essa è indicata nell’insufficiente respiratorio cronico che è stabilmente ipossiemico con valore di ossiemia inferiore a 55 mmHg. I vantaggi di una ossigenoterapia ben eseguita sono:

  • Allungamento della sopravvivenza.
  • Miglioramento della qualità della vita.
  • Riduzione del numero di infezioni polmonari a cui il malato può andare incontro.
  • Aumento della capacità di eseguire attività fisiche che richiedono un certo sforzo.
  • Miglioramento della qualità del sonno e della memoria.

I benefici dell’ossigenoterapia si osservano solo se questa è praticata correttamente, in modo regolare e continuativo.

L’ossigenoterapia tuttavia non è accettata facilmente da tutti i pazienti per il disagio che comporta nella vita quotidiana. Per questo è importante che pazienti e familiari siano informati sulla necessità di utilizzare l’ossigeno e ricevano supporto ed assistenza in questa difficile fase della malattia. Lo specialista potrà decidere se è necessaria l’ossigenoterapia dopo avere confermato l’ipossiemia, misurata attraverso l’emogasanalisi e prescriverà il flusso di ossigeno necessario. Per flusso si intende il numero di litri per minuto. Lo specialista può prescrivere flussi diversi in corrispondenza delle varie attività, esercizio fisico, riposo, sonno. È importante però che il flusso di ossigeno sia usato esattamente così come è stato prescritto. Usandone meno infatti si potrebbe verificare una diminuzione di ossigeno al cervello e al cuore, con uno stato di affaticamento, perdita di memoria o modifiche del battito cardiaco. Anche un apporto maggiore di ossigeno potrebbe causare problemi, persino un peggioramento dell’ipercapnia (aumento dell’anidride carbonica nel sangue) fino alla carbonarcosi (coma). I pazienti che hanno un basso livello di ossigeno mentre sono svegli possono necessitare di maggiore ossigeno quando dormono. Il medico determinerà il flusso di ossigeno da utilizzare durante la notte.

Durante l’attività fisica si usa maggiore energia e quindi si ha bisogno di più ossigeno. Per questo il medico determina il bisogno di ossigeno attraverso il test del cammino o il test da sforzo, misurando la saturazione di ossigeno. A parte queste situazioni, nella maggior parte dei casi, l’ossigeno dovrebbe essere usato il più a lungp possibile, addirittura per 24 ore al giorno. L’ossigenoterapia è efficace solo se è usata per più di 15 ore al giorno. In alcuni casi il paziente può necessitare di un flusso più elevato di ossigeno durante una riacutizzazione, ma deve poi tornare al flusso di ossigeno abituale. Non bisogna mai ridurre o smettere l’ossigenoterapia autonomamente. Occorre sempre rivolgersi al proprio medico prima di modificarla.

Le principali fonti di ossigeno

  • Bombole di ossigeno gassoso

Sono grandi recipienti che contengono ossigeno sotto pressione (circa 10.000 litri). Sono pesanti ed ingombranti e durano pochi giorni. Le bombolette “portatili” hanno una autonomia ancora più limitata (poche ore la più piccola che è di 4 kg). Unico vantaggio è che sono la fonte di ossigeno meno costosa e che si possono impiegare in casi particolari (ad es. quando non è possibile ricorrere ad altre fonti di rifornimento).

  • Concentratore di ossigeno fisso

Il concentratore di ossigeno filtra azoto ed altri gas dall’aria atmosferica producendo così elevate concentrazioni di ossigeno. È di ingombro limitato e consuma elettricità, non funzionando in caso di interruzione della corrente elettrica; inoltre non è utilizzabile in caso in cui siano necessari alti flussi. È rumoroso e necessita di adeguata assistenza tecnica e di manutenzione (cambio di filtri, ecc.).

Concentratori di ossigeno portatili sono apparecchi che funzionano a batteria e consentono una completa autonomia. Anche in questo caso non è possibile l’erogazione di alti flussi. Ne esistono vari tipi ed alcuni potrebbero risultare pesanti per il trasporto

Ossigeno liquido

È il sistema più usato in Italia. Permette di mantenere a domicilio una riserva di ossigeno nel recipiente principale che viene sostituito periodicamente una volta esaurito. Inoltre, viene fornito anche un recipiente portatile (stroller) di dimensioni e peso molto inferiori (da 2,5 a 3 kg), che può essere ricaricato dal recipiente principale e che permette al paziente di muoversi con una autonomia di alcune ore, a seconda del flusso di ossigeno adoperato. In caso di viaggio in auto è possibile trasportare lo stroller ponendolo sotto il sedile. Nei viaggi aerei è consentito usare il concentratore di ossigeno. Per conoscere le modalità e le procedure che si applicano a bordo alle persone in ossigenoterapia a lungo termine rivolgersi al proprio medico e, nei termini previsti, alla compagnia aerea con cui si intende viaggiare.

  • Metodi di assunzione dell’ossigeno:
  • Il sondino nasale (occhialini) è il metodo più usato. Gli occhialini hanno il vantaggio di lasciare libera la bocca del paziente, che può così conversare, alimentarsi ed espettorare. In commercio esistono anche sondini nasali che possono mimetizzarsi in una vera montatura di occhiali, anche se spesso difficili da reperire, migliorando in questo modo l’estetica del paziente. Gli svantaggi sono rappresentati dal mal posizionamento durante la notte in seguito agli inevitabili movimenti del capo durante il sonno, per cui i sondini scappano fuori dal naso.
  • (Venti-Mask) La maschera è usata quando si vuole essere certi di somministrare al paziente una certa concentrazione di ossigeno, in genere ad alte dosi. È indicata anche se il respiro è prevalentemente orale o se le vie nasali sono ostruite.
  • Sondino tracheale: in casi molto particolari il medico può inserire mediante un piccolo intervento un tubicino direttamente in trachea.
  • Manutenzione
  • Controllare che ci sia sempre acqua (meglio se soluzione fisiologica) nell’umidificatore, rabboccandolo quando il liquido si è consumato per evitare incrostazioni e malfunzionamento ed anche perché in tal modo è possibile ridurre irritazioni alle mucose nasali. Qualora ciò dovesse verificarsi, si potrà utilizzare una pomata. Esistono inoltre sondini nasali di una plastica più morbida e flessibile.
  • Controllare che il flussimetro o l’indicatore di flusso della bombola di ossigeno liquido (che indica quanti litri di ossigeno al minuto primo sono erogati) segni il numero esatto di litri prescritti dallo pneumologo.
  • Tenere sempre pulite le parti in plastica (tubi di collegamento, occhiali, maschera, umidificatore) e sostituirle regolarmente.
  • La Ditta fornitrice dovrà attuare i controlli ad ogni rifornimento o, periodicamente, in caso di uso del concentratore (filtri, raccordi, sistemi di umidificazione).
  • Norme di sicurezza
  • Rispettare scrupolosamente le norme di sicurezza di prevenzione degli incendi. L’ossigeno facilita la combustione e devono essere sempre previste le normali perdite per evaporazione: non posizionare le bombole vicino a caldaie, non cucinare con fiamme libere durante la terapia.
  • Non fumare mai durante l’ossigenoterapia: possono prendere fuoco naso, capelli, vestiti, ecc.
  • Chi lo prescrive

È il medico specialista (pneumologo) di una struttura pubblica a valutare quando la prescrizione è adeguata. L’ossigeno va considerato a tutti gli effetti un farmaco, e come tale, oltre ai benefici, può causare effetti collaterali negativi. Sarà quindi lo pneumologo ospedaliero a prescrivere la cura (attraverso la compilazione di specifici moduli, che verranno trasmessi all’azienda sanitaria locale) in termini di flusso di ossigeno/minuto e di numero di ore di somministrazione al giorno, scegliendo anche il sistema di fornitura più appropriata.

  • Chi lo gestisce

La gestione dell’ossigenoterapia rappresenta un complicato puzzle che coinvolge molteplici attori: lo specialista Pneumologo, il medico di Medicina Generale, il personale infermieristico e il binomio costituito dal paziente e dal suo caregiver che, nella realtà italiana, è spesso un famigliare. Allo Pneumologo spetta il compito della corretta prescrizione dell’O2, il medico di Medicina Generale, recandosi al domicilio del paziente, può verificare che tutto proceda adeguatamente, rispondendo a dubbi e quesiti del paziente e del suo caregiver. Al tempo stesso, il medico di Medicina Generale può rafforzare l’aderenza del paziente al trattamento, spiegando i vantaggi che ne derivano e i possibili problemi che possono invece scaturire da una terapia non eseguita secondo le prescrizioni.

Quali procedure

  • Il medico di Medicina Generale richiede una visita dallo Pneumologo ospedaliero.
  • Lo Pneumologo valuta la condizione di ipossiemia e il flusso a cui deve essere erogato il gas, in modo che il trattamento sia adeguato alle esigenze del paziente, evitando i potenziali effetti collaterali. L’appropriatezza di questo parametro viene valutato tramite un test che prevede l’esecuzione di una emogasanalisi, ovvero il prelievo di una piccola quantità di sangue da un’arteria del paziente (per es. a livello del polso o della parte alta del braccio).
  • Dopo un primo prelievo, per valutare le condizioni di base, si esegue un secondo prelievo dopo 20-30 minuti di ossigenoterapia e altri prelievi con flussi crescenti, fino a raggiungere un valore ottimale di pressione parziale di ossigeno nel sangue (PaO2 almeno di 60 mmHg).
  • Successivamente, a domicilio del paziente, con un semplice strumento che si applica su un dito come una molletta (chiamato pulsossimetro), si può monitorare, in modo assolutamente non invasivo, la cosiddetta “saturimetria indiretta”, ovvero un valore in percentuale che rappresenta la saturazione dell’ossigeno nel sangue, che si deve mantenere al di sopra del 90%. Quindi, questo semplice strumento (usato dal medico di Medicina Generale, dal caregiver o dal paziente stesso), potrà indicare se tutto procede per il meglio o se sono opportuni eventuali aggiustamenti alla terapia o ulteriori controlli specialistici.
  • Molti pazienti con malattie respiratorie in fase avanzata possono evidenziare un’insufficienza indotta dall’esercizio: in questo caso, per verificare che la prescrizione di ossigeno risulti adeguata, si utilizza un esame chiamato “test del cammino dei 6 minuti (6MWT, 6-minute walking test)” o il test cardiopolmonare da sforzo (eseguito pedalando su una cyclette o camminando su un tapis roulant).

Quante ore al giorno

Solitamente, la durata raccomandata della ossigenoterapia domiciliare è di almeno 15-18 ore al giorno. Può essere necessaria anche la somministrazione di ossigeno durante la notte, come nel caso dell’ipossiemia correlata alla gravità della malattia polmonare o alla presenza della sindrome delle apnee ostruttive nel sonno (OSAS, obstructive sleep apnea syndrome). In quest’ultimo caso può essere necessario instaurare anche altre forme di terapia, come la ventilazione meccanica a pressione positiva (CPAP, continuous positive airway pressure) durante il riposo notturno.

Sistemi di erogazione

In base alla condizione clinica e sociale e alla prescrizione di O2 in termini di flusso/minuto e ore al giorno, lo specialista Pneumologo sceglie il sistema di erogazione più idoneo per ogni singolo paziente: al momento, per la terapia domiciliare sono disponibili le bombole con gas ad alta pressione, i sistemi per l’O2 liquido e i concentratori di O2. I sistemi possono essere fissi o portatili (da portare con sé, svolgendo le comuni attività quotidiane). Le interfacce maggiormente utilizzate sono rappresentate dalle cannule nasali, dai cateteri nasali e dalle maschere.